Un Pensiero su

Periferie Esistenziali

Ieri è stata la Giornata della psicologia, e a Catanzaro, chi è riuscito a partecipare, come me, alla conferenza organizzata nella sala del consiglio di Catanzaro ha potuto assistere a qualcosa di bello, affascinante, emozionante!

Lasciate che ve lo racconti con una metafora: proprio la sera prima mi trovavo al cinema, a vedere l’ultimo capolavoro di Nolan, il film Dunkirk che documenta l’evacuazione dell’esercito inglese e francese durante la seconda guerra mondiale. Il regista è stato talmente bravo da proiettare tutta la sala al comando del velivolo dell’aeronautica che difendeva i natanti, ci ha sballottolati tra le onde, sono tornato a casa terrorizzato dai sibili dei proiettili e con un’amara paura: sentendomi al posto di quegli eroi di guerra, non so se io sarei stato capace di tali atti di coraggio. Avventurarmi senza radar, senza scorte, nudi alla mercé di pallottole e bombardieri. Mi sono sentito impotente davanti alla cruda assurdità degli uomini che si uccidono a vicenda. È stata una sensazione orribile che mi ha riempito di gratitudine per chiunque ancora oggi si metta a maneggiare armi e difendere la patria. (chi non ha amici militari, impegnati nelle varie missioni? Ciao Carmine, ti aspettiamo al rientro!).

Perché vi ho raccontato questo? Perché oggi, davanti a sei donne ho riprovato questa stessa sensazione. Quella di entrare in contatto con una realtà dura, e di come la maggior parte di noi prima di potersi mettere in gioco così autenticamente debba provare ad attraversare paure, pregiudizi e rischi per prendersi cura di coloro i quali nessuno più si vuol curare (pericolosi o innoqui che siano).

Ho avuto il piacere di far parte dell’organizzazione di questo convegno, e vi racconto l’antefatto: messi davanti al compito, avevamo solo questo strano titolo: PERIFERIE ESISTENZIALI. Cosa vuol dire? Come sarà più giusto rispondere? Ci siamo lasciati ispirare e la riflessione ci ha portato a convocare al tavolo dei relatori alcune colleghe impegnate nelle nostre periferie, fisiche ed esistenziali. Psicologhe che lavorano molto spesso nell’ombra, non fanno notizia. Eppure si prendono cura quotidianamente di fette sensibili e cruciali di popolazione. Lontane dai riflettori e da clamori mediatici, ogni giorno lavorano tra mille difficoltà su più fronti: la popolazione stessa, la politica, le istituzioni, la burocrazia.

È stato una Bomba.

Si sono presentate sei eroine, sei grandi professioniste impegnate con quella parte dell’esistenza che ancora oggi l’umanità tende a marginalizzare, a relegare alla periferia, lontano dagli occhi, lontano dal cuore. La devianza dei criminali minorenni, dei tossicodipendenti, la comunità nomade nel degrado più totale/istituzionalizzato, i migranti, gli anziani.

Gli interventi sono riusciti con naturalezza a farci provare diversi punti di vista: e tirare le fila, connettere i punti, collegare esperienze apparentemente sconnessi è proprio uno dei segreti della nostra professione. Così le riflessioni sull’istituzione carceraria, a cura della dottoressa Sabrina D’Alessandro ci ha restituito speranza nella riabilitazione, andandosi ad intrecciare con il punto di vista del nostro ospite Rom, che emozionatissimo ci ha messo davanti alle contraddizioni della nostra società che dovrebbe “curare” e invece spesso predispone proprio alla delinquenza. Grazie a quest’invito, la collega Rosa Fiore ci ha emozionato facendoci riflettere sulle nostre generalizzazioni razziste. Con altre testimonianze dirette, foto e riflessioni poi, ci ha sbattuto in faccia l’evidenza di un’arrendevolezza al brutto e al pregiudizio che condizionerebbe l’anima di chiunque.

La collega Sonia Peronace, da dieci anni impegnata con i migranti, ci svela come la sua formazione psicologica sia passata attraverso la de-formazione, il dimenticare totalmente ogni certezza. La capacità di abbandonare il proprio etnocentrismo, il proprio punto di vista, è un’altra delle marce in più della nostra professione, che ha l’umiltà di non elevarsi, ma di sforzarsi sempre di entrare nell’universo simbolico altrui, per meglio potercisi relazionare, e grazie a questa, prendersi cura. Come si lavora con chiunque non sia occidentale? Solo qui esiste questo mestiere, ogni cultura è diversa, e diversamente dobbiamo poter intervenire. La testimonianza più toccante poi, è quella sui maestri e la felicità: la felicità non è direttamente connessa alla ricchezza posseduta. Così come gli insegnamenti più preziosi, il più delle volte posso anche arrivare da maestri non proprio convenzionali.

Grazie a Tiziana Fregola abbiamo avuto la possibilità di ripensare alla nostra “terza età”, a quanto oggi tutto stia cambiando e per fortuna una psicologia sana e forte riesce ancora a tenere il passo coi tempi, aggiornandosi e aprendosi a nuove modalità d’intervento dedicati a questa fetta di popolazione decisamente in crescita nel nostro paese.

Con la collega Romina Ranieri siamo entrati in contatto con la violenza di genere e abbiamo potuto confrontarci con le enormi difficoltà che queste realtà esemplari incontrano: la società ancora una volta dimostra queste contraddizioni trasversalmente sui suoi livelli, per cui la violenza attraversa anche le istituzioni che poi non riescono a fornire adeguate risorse a chi viene ingiustamente vessata.

Ha concluso i lavori la collega Giorgia Ritrovato raccontandoci l’evoluzione del fenomeno delle dipendenze, non solo più dalle “sostanze”, ma anche da comportamenti, ricordandoci come la continua formazione all’interno della nostra professionalità non sia una cosa da poter mai trascurare. La società muta, cresce, si evolve e noi con lei dobbiamo poter tenere il passo, saper intercettarla, esser preparati e sempre aggiornati.

All’inizio di questa breve rassegna sottolineavo come noi psicologi dovremmo essere anche bravi a connettere i punti apparentemente scollegati… In questo caso il trait-d’union è rappresentato dal lavoro di equipe.

Mi spiego meglio. Abbiamo assistito alle testimonianze di colleghe tutte impegnate in un lavoro di squadra. Insieme ad altre professionalità trovano la forza di attraversare pregiudizi, paure, difficoltà. Per questo le ho definite eroine all’inizio nella mia metafora. Esprimono il coraggio di maneggiare con cura ciò che la società scarta, emargina, non ha il coraggio di trattare, se non delegandolo ad altri, lontano possibilmente.

Il lavoro di equipe è uno strumento incredibile in cui più professionalità si uniscono, fanno rete per prendere in carico chi ha necessità di un sostegno. Noi psicologi possiamo essere quella professione capace di coordinare, rileggere, facilitare questo tipo di lavoro. E trasversalmente questa capacità di poter lavorare in sinergia dovrebbe forse riattraversare la società tutta, giungere fino alle politiche che governano le amministrazioni, che ci tengano da conto. In fondo si tratta di un’altra declinazione del Fare Gruppo. Perché è vero, insieme siamo più forti e non potremo mai crescere se non lo facciamo insieme, senza trascurare né il centro né le periferie, fisiche ed esistenziali.